Google Suggest e diffamazione: nuova pronuncia di un Tribunale italiano

Un nuovo capitolo è stato recentemente scritto dal Tribunale di Pinerolo in merito al servizio “autocomplete / suggest” offerto da Google, con finale stavolta favorevole alla società di Mountain View (dopo diverse pronunce, sia in Italia che all’estero, di segno contrario). Al fine di meglio inquadrare i contorni della vicenda, pare doveroso prima di tutto descrivere tale servizio: trattasi di una funzione di completamento automatico che soccorre l’utente utilizzando la casella di ricerca Google e che opera, mediante un apposito algoritmo, proponendo delle query di ricerca in base ad attività simili a quelle digitate, ma svolte da altri utenti. Spesso, tuttavia, i suggerimenti offerti prossono rivelarsi non veritieri e, finanche, diffamatori, o lesivi dell’onore, dell’immagine pubblica e professionale di un individuo che vede il proprio nome affiancato da parole di indubbia connotazione negativa.
L’ordinanza cautelare dello scorso 2 maggio 2012 emessa dal Tribunale di Pinerolo nell’affrontare la legittimità di tale servizio prende spunto dalla vicenda di un imprenditore piemontese che, cercando il proprio nome su Google, vedeva comparire tra i suggerimenti di ricerca le parole “arrestato” e “indagato”, ragion per cui diffidava Google Inc. dal rimuovere tale associazione ritenuta diffamatoria e infondata, stante l’assoluta estraneità in vicende giudiziarie.
Il fatto, di per sé, non è nuovo nel panorama giuridiziario italiano, tuttavia un elemento di rottura è rappresentato dalla condivisione della difesa offerta da Google, nonostante il formarsi di un opposto orientamento che imponeva invece a Google l’adozione di filtri ai suggerimenti. Il riferimento è ad analoghe vertenze legali decise a favore dell’utente in Francia, in Svezia e in Brasile, così come in Italia (cfr. Tribunale di Milano ordinanza del 24 marzo 2011) nella quali Google era stata ritenuta responsabile per l’associazione diffamatoria tra l’identità di un soggetto e le parole “truffa” e “truffatore”.

In particolare, a fini comparativi, il Tribunale di Milano (con pronuncia collegiale resa in sede di reclamo che si allega TribuanleMilano.OrdinanzaGoogle) aveva chiarito che:

  • la visualizzazione di un suggerimento, seppure rappresenti il frutto di una realtà estranea a Google (in quanto riferibile alle precedenti ricerche degli utenti), avviene grazie all’algoritmo creato dalla medesima società;
  • l’associazione del nome di un individuo a parole quali “truffa” e “truffatore” ha natura diffamatoria in quanto “l’utente che legge tale abbinamento è indotto immediatamente a dubitare dell’integrità morale del soggetto il cui nome appare associato a tali parole ed a sospettare una condotta non lecita da parte dello stesso”;
  • la natura diffamatoria del suggerimento è “innegabilmente di per sé foriera di danni all’onore, alla persona e alla professionalità”, e che “la potenzialità lesiva della condotta addebitata alla reclamante appare suscettibile, per la sua peculiare natura e per le modalità con cui viene realizzata, di ingravescenza con il passare del tempo stante la notoria frequenza e diffusione dell’impiego del motore di ricerca”;
  • il servizio offerto da Google è estraneo al dettato del d.lgs. 70/2003 in quanto “la normativa contenuta nel d. lgs. n.70/03 inerisce esclusivamente l’attività di memorizzazione di informazioni fornite da altri”. L’attività contestata non era quella di host provider, ma l’associazione al nome del ricorrente delle parole “truffa” e “truffatore” frutto della specifica modalità operativa del servizio. Di talchè “è la scelta a monte e l’utilizzo di tale sistema e dei suoi particolari meccanismi di operatività a determinare – a valle – l’addebitabilità a Google dei risultati che il meccanismo così ideato produce; con la sua conseguente responsabilità extracontrattuale (ex art. 2043 c.c.) per i risultati eventualmente lesivi determinati dal meccanismo di funzionamento di questo particolare sistema di ricerca. Si tratta di una scelta che ha chiaramente una valenza commerciale ben precisa, connessa con l’evidenziata agevolazione della ricerca e quindi finalizzata ad incentivare l’utilizzo (così reso più facile e rapido per l’utente) del motore di ricerca gestito da Google”.

All’opposto, invece, il Tribunale di Pinerolo (con la seguente pronuncia che si allega Tribunale Pinerolo.OrdinanzaGoogle), riconoscendo la diversità della vicenda da quella risolta dal Tribunale di Milano, ha statuito che:

  • le parole generate automaticamente nella stringa di ricerca allorquando si digitano (anche solo in parte) il nome e cognome del ricorrente altro non sono se non quelle statisticamente piu’ digitate sul motore di ricerca GOOGLE dalla comunità degli utenti” ragion per cui il servizio Suggest altro non indica “se non che un certo numero di utenti ha in tempi recenti interrogato il motore di ricerca per sapere se X fosse (o fosse stato) indagato oppure arrestato”;
  • l’associazione automatica generata dagli algoritmi “non è un’affermazione, dovendo piuttosto essere paragonata – tenendo conto delle finalità della funzione – ad una domanda” di talchè non può parlarsi di diffamazione difettando l’elemento soggettivo del dolo;
  • dal punto di vista oggettivo l’associazione del nome di una persona alle parole “indagato” e “arrestato” non è diffamatoria (“il riferimento, in termini di mera ricerca di informazioni, all’eventuale coinvolgimento di una persona in indagini penali, tuttavia, non è di per sè diffamatorio”);
  • il servizio si limita in modo neutro a “rendere noto (…) che un certo numero di fruitori di internet si interroghi sul fatto se il ricorrente sia o meno stato coinvolto in vicende penali e voglia verificare se nel Web vi siano informazioni al proposito”, elemento questo che priva del connotato disvalore la condotta della società di Mountain View;
  • l’attività di Google rientra tra i servizi di intermediazione tecnica di cui al d. lgs. 70/2003 (per la precisione al servizio di hosting) per la quale beneficia delle limitazioni di responsabilità previste dalla legge in favore dei prestatori intermediari di internet.

Resta ora da vedere se l’ordinanza del dott. Reynaud sarà oggetto di reclamo e soprattutto, rispetto agli orientamenti descritti, quale sarà quello a prevalere.

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