Lo stalking e la rete: giurisprudenza alla prova

L’art. 612Bis c.p., rubricato “Atti persecutori”, introduce nell’ordinamento italiano il reato di “stalking”, fattispecie diretta a punire chi, con condotte reiterate, minaccia o molesta un’altra persona cagionandole un perdurante e grave stato d’ansia e paura, ovvero ingenerando un fondato timore per l’incolumità propria o di un congiunto. Quando la condotta delittuosa è realizzata tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie (per esempio internet, posta elettronica, chat, sms e messaggistica istantanea), il fenomeno prende il nome di “cyberstalking” e si caratterizza per l’assenza di contatto “fisico” con la vittima, pur sussistendo la reiterazione di condotte minacciose o moleste.
Sovente, peraltro, il cyberstalking appare più invasivo e dannoso dello stalking tradizionale, dato che l’interazione persecutore / vittima si sposta dal piano privato a quello pubblico, creando effetti di maggiore lesività nel soggetto perseguitato in ragione della più ampia e incontrollata diffusione dei contenuti tramite meccanismi virali. Inoltre è lo stesso web 2.0 ad agevolare il controllo del perseguitato: basti pensare al tracciamento dei movimenti tramite applicazioni di geolocalizzazione quali Foursquare, Facebook Places, ovvero alla costante quantità di informazioni reperibili in rete (a messi a disposizione da social network, blog, newsgroup, mailing list, ecc.).
Dal punto di vista sanzionatorio, benchè non sia espressamente previsto il reato di “atti persecutori per via telematica”, diverse sono le pronunce, sia di merito che di legittimità, che riconducono il fenomeno nell’ambito della fattispecie di cui al citato art. 612Bis c.p.
Con la sentenza n. 32404 del 30 agosto 2010 la Cassazione ha confermato, infatti, il provvedimento di custodia cautelare (prima in carcere, poi agli arresti domiciliari) inflitto per il reato di stalking nei confronti di una persona che aveva diffuso su Facebook una serie di filmati e di fotografie a sfondo sessuale che ritraevano la propria ex. Nel caso in esame, la Suprema Corte ha ritenuto configurabile il reato di stalking ex art. 612Bis c.p. attuato tramite tag su foto e video, oltre che con messaggi continui diretti tanto alla ragazza, quanto al suo nuovo compagno, sul social network, nonché la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato perché “i comportamenti persecutori erano iniziati proprio dopo la fine della relazione tre il ricorrente e la donna perseguitata, fine che questo non aveva voluto accettare (…) e hanno dato conto di continui episodi di molestie, concretatisi in telefonate, invii di sms e di messaggi tramite internet (Facebook), anche nell’ufficio dove la donna prestava il suo lavoro”, condotta che aveva provocato nella donna un tale stato di ansia e di vergogna da costringerla a dimettersi.
A questa prima pronuncia sono seguite le sentenze n. 25488 del 24 giugno 2011 e n. 13878 del 12 aprile 2012 della Cassazione che nel confermare la riconducibilità del cyberstalking alla fattispecie di cui all’art. 612Bis c.p. hanno ribadito la rilevanza del reato in caso di atti persecutori compiuti tramite social network. Nel primo caso (legato alla conclusione di un rapporto affettivo) l’imputato era passato dalla persecuzione su Facebook attuata con continui messaggi contenenti minacce e ingiurie, alle vie di fatto violando il domicilio della vittima e aggredendola fisicamente, mentre nel secondo il persecutore prendeva di mira due ragazze utilizzando sempre il social network per inviare messaggi molesti.
Ebbene per i giudici di piazza Cavour, a prescindere dallo strumento utilizzato, la realizzazione di atti persecutori tramite Facebook, piuttosto che altri social network, integra il reato di cui all’art. 612Bis c.p. ben potendo rientrare tale modalità attuativa nella fattispecie delittuosa delineata nel codice penale.
Indubbiamente rispetto a un fenomeno nuovo ma in espansione, le pronunce riportate hanno il merito di riconoscere tutela, al passo con i tempi e l’evoluzione tecnologica, anche nei confronti di condotte persecutorie e assillanti fatte attraverso l’uso improprio delle nuove tecnologie, tuttavia non può dimenticarsi che gli strumenti del web 2.0 proprio perché dotati di una maggiore interattività e potenziale offensività richiedono mezzi di tutela altrettanto certi, celeri e adeguati.

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