Catene di S. Antonio: ci pensa la Cassazione a spezzarle

Diverse sono le e-mail che quotidianamente riceviamo sulla casella di posta elettronica, generalmente bollate come “spam”, dietro cui si nascondono tentativi di proliferazione delle cosiddette Catene di Sant’Antonio che promettono guadagni facili, bonus anche in denaro o, semplicemente, premi quali telefonini o autoveicoli. I metodi e le varianti sfruttati per garantirne la diffusione sono molteplici: ci sono catene che manipolano le emozioni, quelle che promettono un veloce e facile arricchimento, infine quelle che usano la superstizione per minacciare il destinatario con sfortuna, malocchio o violenza fisica se la catena viene interrotta.
Tutte le catene, a prescindere dalla tipologia di appartenenza, hanno peraltro un fondamento comune: la loro struttura piramidale in cui, a fronte del pagamento iniziale di una somma di denaro, l’individuo è iscritto a un sistema senza ottenere alcuna controprestazione, se non a seguito del reclutamento di nuovi soggetti, piuttosto che della vendita o promozione di beni o servizi attuate direttamente o attraverso altri componenti la struttura.
Non tutti sanno, tuttavia, che tale sistema è vietato dagli artt. 5 e 7 della legge 17 agosto 2005, n. 173 disciplinante la vendita diretta a domicilio e tutela del consumatore dalle forme di vendita piramidali.
Recentemente la Corte di Cassazione, sezione terza, con la sentenza n. 1537/12 (Cassazione Catena S.Antonio), si è pronunciata per la prima volta sul fenomeno delle catene di Sant’Antonio rimarcandone l’illiceità sul presupposto che il core business dell’attività si incentra sull’aumentare a dismisura il numero di clienti a scapito dell’attività di promozione di un dato servizio o prodotto.
Il caso concreto prende le mosse dall’attività di vendita, attuata da un imprenditore tramite due siti web, in cui l’incentivo economico dei componenti si fondava sul reclutamento di nuovi soggetti. Per tali fatti il Tribunale di Tolmezzo, ritenuto il titolare dei nomi a dominio colpevole per il reato di cui agli artt. 5 e 7 l. n. 173/2005, applicava la pena dell’ammenda.
A seguito dell’impugnazione proposta, qualificata dalla Cassazione inammissibile, la Corte Suprema ha chiarito che:

  • l’articolo 5 della l. n. 173/2005 vieta:
    a) la promozione e la realizzazione di attività e di strutture di vendita nelle quali l’incentivo economico primario dei componenti si fonda sul mero reclutamento di nuovi soggetti piuttosto che sulla loro capacità di vendere o promuovere la vendita di beni o servizi determinati, direttamente o attraverso altri componenti la struttura;
    b) la promozione e l’organizzazione di tutte quelle operazioni, quali giochi, piani di sviluppo, «catene di Sant’Antonio», che configurano la possibilità di guadagno attraverso il puro e semplice reclutamento di altre persone, in cui il diritto reclutare si trasferisce all’infinito previo pagamento di un corrispettivo;
  • la struttura creata dall’imputato rientra pienamente nella prima di tali due categorie, perché i partecipanti al sistema non svolgono alcuna attività di vendita o di promozione della vendita di beni o servizi, ma ricevono un beneficio economico solo dal mero reclutamento di nuovi soggetti, in conseguenza del quale vedono aumentare la loro probabilità di conseguire il premio, che costituisce per loro un corrispettivo meramente eventuale. In altri termini, a fronte del pagamento dell’iniziale somma di denaro, il soggetto che si iscrive al sistema non può ottenere alcuna controprestazione,se non in conseguenza del reclutamento di nuovi soggetti da parte del sistema stesso”;
  • l’adesione al sistema da parte degli interessati è sempre stata volontaria, perché la norma incriminatrice non richiede l’involontarietà dell’adesione quale presupposto per la sussistenza del reato”;
  • l’art. 6 della l. n. 173/2005 fornisce dati presuntivi della sussistenza di un sistema piramidale e costituiscono “un mero ausilio per l’interprete nei casi che si presentano incerti”.

Cosa ne sarà ora delle catene di Sant’Antonio? Immaginare che basti una sentenza per archiviare questa molesta pratica sarebbe bello, ma è purtroppo difficile sradicare prassi consolidate e così diffuse. Si precisa, infine, che la normativa in esame disciplina ogni tipo di vendita diretta a domicilio e di vendita piramidale, avvengano a mezzo internet o con altri strumenti: nessuno pensi di superare il problema, pertanto, con ritorno alle origini. Neppure l’invio per posta è tollerato!!

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