Diffamazione su Facebook: la parola al GIP di Livorno

imagesSocial network di nuovo protagonisti nelle aule di giustizia italiane: questa volta è il turno di Facebook sul banco degli imputati, innanzi al G.I.P. di Livorno, quale mezzo di esecuzione del reato di diffamazione. Non è la prima volta che ci occupiamo della tematica, tuttavia la questione che si segnala pare di interesse in quanto rappresenta la raggiunta piena consapevolezza, in capo a Tribunali e Corti di appello, della grande potenzialità dei social network quali incontrollati e virali mezzi di divulgazione del pensiero nonché, al contempo, dell’alta lesività per la sfera individuale dei soggetti coinvolti.
Il caso in esame è, oramai, tipico e tra i più frequenti: trattasi della pubblicazione – da parte di un ex dipendente licenziato, a suo dire, ingiustamente – di post offensivi e denigratori sulla “bacheca” del proprio profilo Facebook rivolti al datore di lavoro.
Il G.I.P., innanzi al quale il procedimento è stato trattato nelle forme del giudizio abbreviato, nel pervenire alla sentenza di condanna ha motivato come segue:

a) Sull’identificazione del titolare apparente del profilo FB con l’imputato.
La difesa aveva rilevato che, in assenza di un’attività d’indagine specifica sul punto, non risultava possibile attribuire con certezza la paternità degli scritti al titolare “apparente” del profilo ben potendo sotto quella apparente identità celarsi un soggetto diverso dal titolare che avrebbe operato sostanzialmente un “furto d’identità”, scrivendo sotto falso nome e utilizzando indebitamente l’altrui profilo.
La questione, di interesse riguardando il delicato aspetto delle indagini informatiche, è stata superata dal giudicante sul presupposto che l’imputata, nel corso di una conversazione su FB con uno dei propri contatti, aveva interagito con il medesimo scambiando affermazioni (sia personali, sia lavorative) che riconducevano univocamente la sua identità a quella del titolare dell’account.
A parere del G.U.P., pertanto, la riferibilità soggettiva degli scritti all’imputata ha trovato vieppiù conferma proprio in forza dei pregressi rapporti professionali tra le parti che hanno costituito “il movente per l’uso improprio del mezzo informatico di comunicazione in danno del decoro e della reputazione del proprio ex datore di lavoro contro cui erano diretti i pubblici “sfoghi” manifestati nel trattare l’argomento con altri soggetti partecipanti e facenti parte del medesimo gruppo di amici”.

b) Sulla configurabilità del reato di diffamazione.
Il G.U.P., premesse brevi notazioni sul funzionamento del social network, con particolare riferimento all’invio e alla ricezione di messaggi, al rilascio di commenti, alla possibilità di scrivere sulla bacheca di altri amici, ha chiarito che gli utenti sono consapevoli, e anzi in genere tale effetto non è solo accettato ma è indubbiamente voluto, del fatto che altre persone possano prendere visione delle informazioni scambiate in rete (in particolare tramite il c.d. “tagging”).
Proprio tale consapevolezza di divulgare a un’ampia platea di soggetti espressioni di valenza denigratoria e lesiva della reputazione “integra sicuramente gli estremi della diffamazione alla luce del detto carattere pubblico del contesto in cui quelle espressioni sono manifestate, della sua conoscenza da parte di più persone e della possibile sua incontrollata diffusione tra i partecipanti alla rete del social network”.
Rispetto alla fattispecie tipica prevista nel codice penale il giudicante ha, infine, evidenziato come della diffamazione sussistono tutti gli elementi essenziali, ancorchè il reato venga compiuto per il tramite di un canale telematico in quanto:
I) è ben individuabile il destinatario delle manifestazioni ingiuriose;
II) sussiste la comunicazione con più persone in forza de carattere “pubblico” dello spazio in cui si diffonde la manifestazione del pensiero (con l’aggravio della possibile sua incontrollata diffusione);
III) vi è coscienza e volontà di usare espressioni oggettivamente idonee a recare offesa al decoro, onore e reputazione del soggetto passivo.

c) Sull’aggravante di cui all’art. 595, co. 3, c.p.
Il Tribunale ha, infine, ritenuto che rispetto all’ipotesi delittuosa “semplice” di diffamazione l’uso di internet integri l’ipotesi aggravata dell’offesa recata con qualsiasi altro mezzo di pubblicità “poiché la particolare diffusività del mezzo usato per propagare il messaggio denigratorio rende l’agente meritevole di un più severo trattamento penale”.
Invero la previsione di tale circostanza aggravante pare costituire il retro della medaglia rappresentata dal diritto di critica / diritto di cronaca, specie quando il pensiero venga veicolato attraverso un mezzo che raggiunge più persone contemporaneamente. A tale riguardo, considerato che strumenti di comunicazione di massa e “aperti” quali newsgroup, blog, social network non necessariamente costituiscono mezzi di informazione giornalistica, da un lato una corrente esclude l’invocabilità dei diritti di cronaca o di critica, dall’altra per molti il diritto di critica non può considerarsi species di quello di cronaca, con il risultato che tale diritto ben potrebbe essere invocato quale scriminante anche da chi non esercita l’attività giornalistica.
La questione, in verità, costituisce nel caso di specie un falso problema se si hanno ben presente i confini entro cui il diritto di critica può essere utilmente esercitato: a) utilità sociale dell’informazione; b) verità; c) forma civile dell’esposizione dei fatti.

La sentenza in esame, in conclusione, pare rilevante pur una duplice ragione: in primo luogo dà atto delle potenzialità della rete e in particolare del web 2.0; secondariamente tiene conto del necessario ed equilibrato bilanciamento tra opposti principi costituzionali (la libertà di manifestazione e circolazione del pensiero e la tutela del decoro, dell’onore e della reputazione).

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